RISARCIMENTO DANNI PER DISASTRO AMBIENTALE IL CASO ETERNIT

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Risarcimento danni per disastro ambientale il caso Eternit, dichiarato prescritto il maxi-processo per ciò che concerne il reato di disastro ambientale, rimane aperto il “bis” per il risarcimento danni per disastro ambientale, sono infatti più di 200 i decessi contestati. Annullata così anche la condanna a 18 anni di carcere per lo svizzero Stephan Schmidheiny, unico imputato. Schmidheiny era stato condannato dalla corte d’appello di Torino il 3 giugno 2013.

L’accusa è di disastro ambientale doloso, perpetrata per oltre quarant’anni secondo alcune ricostruzioni, e in seguito sviluppata e rafforzata giudiziariamente dalle indagini del procuratore aggiunto di Torino. Secondo le ricostruzioni finora confermate dal Tribunale e dalla Corte d’Appello, si sostiene che Stephan Schmidheiny e i massimi vertici di Eternit, avrebbero saputo almeno dagli anni Settanta che l’amianto provocava malattie letali e che le lavorazioni effettuate avvelenavano gli ambienti, ma avrebbero scelto consapevolmente di proseguire nelle lavorazioni nocive e in aggiunta avviato una campagna di controinformazione per arginare le proteste sindacali.

La procura di Torino ha sequestrato moltissimi documenti che lo provano e ha anche smascherato alcune persone pagate per controllare le mosse dei due sindacalisti della Cgil di Casale protagonisti dei primi e decisivi passi nella battaglia contro l’Eternit per la richiesta di risarcimento danni per disastro ambientale. Si evince inoltre dal processo che, in un seminario convocato nel 1976 da Schmidheiny a Neuss, in Svizzera, si discusse apertamente delle strategie per difendere l’industria dell’amianto dalle sempre più numerose contestazioni in tutta Europa e in Italia in particolare. “Stephan Schmidheiny – come si legge nella sentenza d’Appello del 3 giugno 2013 – utilizzò il seminario di Neuss del 1976 per impedire che i numerosi settori delle collettività ancora interessati a utilizzare i manufatti di cemento-amianto divenissero pienamente consapevoli dell’elevata nocività delle fibre sprigionate da quel materiale e pretendessero degli interventi che, se eseguiti, avrebbero reso di fatto impossibile e comunque troppo oneroso l’esercizio delle attività produttive. A questo fine egli aveva ideato di realizzare un’opera di disinformazione diretta a creare l’erronea convinzione che sarebbe stato sufficiente rispettare i valori limite di soglia per garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro e delle aree a essi vicine”. Inoltre, proseguono i Giudici d’Appello: “trascorsero quasi dieci anni da allora, fino a quando non fu più possibile nascondere la pericolosità delle fibre di amianto e gli stabilimenti furono costretti a chiudere. Il fenomeno epidemico si è così dilatato nel tempo con modalità che inducono a concludere come l’evento disastro non sia ancora consumato per intero”. Infatti le polveri prodotte da quelle fabbriche avrebbero progressivamente contaminato anche l’ambiente circostante, provocando malattie e morti anche tra cittadini che non hanno mai lavorato per l’Eternit, di qui la richiesta di risarcimento danni per disastro ambientale.

La Cassazione, con la prescrizione, non si è quindi occupata dei morti, ma del reato di disastro ambientale. E’ un altro il filone che dovrebbe portare all’individuazione e alla condanna dei responsabili delle morti: quello del processo bis. I magistrati hanno annunciato che ai 213 casi di morte contestati nel processo bis, si aggiungeranno una cinquantina di casi in più.

Fonte delle dichiarazioni dei Giudici: corriere.it

Avv. Cristiano Cominotto

www.alassistenzalegale.it

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