Il prossimo recepimento, previsto entro l’anno, della Direttiva UE sul copyright approvata nel testo finale in data 26 marzo 2019 dopo varie modifiche per l’ampio dibattito, durato tre anni, tra gli Stati membri e gli Over the Top del web (Google e altri motori di ricerca e aggregatori di notizie), mi spinge alle seguenti riflessioni.

Chi ha letto i miei articoli su Il Sole 24Ore e altre riviste sa che mi ero schierato tra i detrattori della riforma, e che l’Italia, insieme a Paesi Bassi, Polonia, Lussemburgo, Finlandia e Svezia hanno votato contro.

Si trattava, in particolare, dei due articoli cruciali, l’art. 11 e l’art. 13, ora diventati 15 e 17 nel testo approvato, con i quali la Commissione UE voleva introdurre un nuovo diritto in favore degli editori di opere giornalistiche, per assicurare la sostenibilità del settore tramite la compartecipazione alle forme di sfruttamento operate dagli aggregatori e motori di ricerca, e nel contempo responsabilizzare le piattaforme e gli ISP Internet Service Provider nel loro ruolo attivo tramite l’ottimizzazione della presentazione dei materiali o la loro promozione.

La mia contrarietà si riferiva più che altro a quel diritto connesso inizialmente riferito anche agli snippet e agli estratti di testo sotto forma di anteprima immagine, che contengono il link all’intero articolo. Essi vengono regolarmente usati dagli aggregatori di notizie e dai nuovi intermediari dell’informazione come Google, Facebook, Twitter. Un tale diritto sui contenuti parziali e di richiamo visibili nei link comporta il rischio di inibire l’utile funzione degli aggregatori di notizie con pregiudizio dell’informazione e della cultura, così sostenevo allineandomi a Wikipedia e molti intellettuali di impostazione libertaria.

Del resto avevo sempre visto la nota Direttiva 2001/29/CE sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione in un’ottica aperta, evidenziandone lo scopo di promuovere l’apprendimento e la cultura proteggendo sì le opere ma autorizzando al tempo stesso alcune eccezioni nell’interesse pubblico a fini educativi e di insegnamento. Che senso avrebbe altrimenti l’attuale “società dell’informazione”, cioè basata sulla condivisione del sapere in tutti i campi grazie a Internet?

Fatto sta che la Direttiva è stata approvata e che gli articoli 15 e 17 prevedono obblighi ora precisi per le piattaforme, accordi economici con gli editori per la remunerazione dei loro articoli da condividere, filtri antipirateria per proteggere le produzioni creative.

Si tratta di rilanciare adesso l’editoria online e cartacea e il giornalismo professionale a fronte dello User Genereted Content e del citizen journalism. Favorire le imprese editoriali rafforzerà la credibilità delle nuove piattaforme e dei blog in un clima di collaborazione e non più di ostilità da parte dei “professionisti dell’informazione”.

Gli editori potranno reinvestire nella formazione giornalistica e nell’ammodernamento tecnologico le risorse che riceveranno dai colossi del Web. Se poi anche gli utenti sapranno apprezzare i contenuti professionali e saranno pronti a pagare per averli, allora la battaglia per un’informazione di qualità potrà considerarsi vinta.

Avv. Giovanni Bonomo – A.L. chief Innovation Officer – Diritto 24